Per l’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa è di fondamentale importanza l’idea che l’opera deve prendere corpo e anima in stretto rapporto con il contesto ambientale. Deve nascere attraverso una meditata e accurata strategia di coinvolgimento dello spazio, attivato esteticamente dalla messa in scena di installazioni, più o meno elaborate, costituite da elementi che mantengono la loro espressività primaria. In questo senso si può dire che l’opera non è collocata in un luogo ma, per molti versi, è il luogo che diventa un’opera, impregnandosi di profonde e fluttuanti significazioni poetiche. L’aspetto peculiare dei lavori dell’artista – proprio per quella sua originalissima sintesi dialettica fra modalità operative “occidentali” (legate all’area processuale poverista) e valori culturali e filosofici di matrice orientale – è una dimensione sempre caratterizzata da un senso di sospensione e levità, da una sobria e raffinata eleganza nelle costruzioni plastiche in cui entrano in gioco diversi materiali come il legno, la pietra e il marmo, il ferro e altri metalli tra cui l’ottone e il rame, con spessori e conformazioni variamente articolate, e anche presenze vegetali viventi. Francesco Poli Hidetoshi Nagasawa nasce a Tonei, in Manchuria, nel 1940. Dopo la laurea in Architettura e Interior Design conseguita presso la Tama Daigaku a Tokyo (1963), si trasferisce a Milano dove entra in contatto con Castellani, Fabro, Nigro, Trotta e Ongaro. Ha preso parte alla IX Documenta di Kassel nel 1992 e, nel 1993, alla Biennale di Venezia con una sala monografica nel Padiglione Italia.
testi di Rosalba Paiano, Francesco Poli italiano / inglese pagine: 96 illustrazioni: 64 rilegatura: brossura
Airports & Stars
Il tempo del viaggio in aereo, negli anni della “Dolce Vita”, è un tempo eccezionale. Un’esperienza destinata a pochi, quella del viaggio “di piacere”. Alla fine della seconda guerra mondiale le immagini più comuni dei viaggiatori che si presentano agli occhi degli italiani sono quelle degli emigranti, non certo quelle festose e piene di charme dei divi hollywoodiani, dei re e delle regine, così come delle nostre celebrità da esportazione.
Grazie anche al richiamo di Cinecittà, la città di Roma, e così Fiumicino, diventa un set in cui si compiono rituali di sorrisi, mani calzate da guanti che si levano in saluto, mazzi di fiori e alte uniformi, in un cerimoniale di accoglienza che si adegua alla novità del luogo e del mezzo di trasporto, inventando un codice che si è tramandato fino all’attualità. La scaletta dell’aereo, così come la pista di atterraggio o la terrazza panoramica si improvvisano palcoscenici per personaggi come Elizabeth Taylor, Peter Sellers, Claudia Cardinale, Audrey Hepburn, Roberto Rossellini e Tony Curtis.
La fotografia dei paparazzi ancora una volta ruba questi dettagli offrendoli alla “gente comune”, codificando un rituale, quello dell’arrivo da un viaggio, caricandolo di un’aura magica. Non solo le stelle del cinema transitano per Roma, ma anche i reali di Svezia, così come Grace Kelly e Ranieri di Monaco, John e Jacqueline Kennedy, Papa Paolo VI, tutti variamente immortalati nella discesa di un gradino o nel solcare un tappeto steso per l’occasione.