Sono passati poco meno di sessant’anni da quando Mies Van der Rohe realizzò con la casa Farnsworth il suo spazio idealizzato, icona insuperata dell’architettura moderna. L’idea era già contenuta nel padiglione di Barcellona, con i suoi fluidi collegamenti tra interno ed esterno, ma il 1946 segna indubbiamente una data storica per questa tipologia abitativa. La stessa competizione con Johnson a dare alla luce per primi la casa di vetro, testimonia come il salto di scala già operato dalle fabbriche al gran magazzino, dalle gallerie alle stazioni, dalle serre alle case, fosse ormai maturo. Una rivalità che si consuma spesso a spese — letteralmente — dei clienti, sottovalutando il problema del surriscaldamento generato dalle grandi lastre di vetro non schermate, o della tenuta dei singoli giunti alle intemperie, frequententemente al centro di dispute con i proprietari per i danni subiti dalle strutture poco dopo l’acquisto. Maison de Verre, glass house, Glashaus, il sogno del diamante di vetro ciclicamente torna ad affacciarsi sul panorama architettonico mondiale e non c’è progettista che non abbia avuto la tentazione di tradurre il sogno della trasparenza nella realtà della costruzione: Rem Koolhaas in Olanda, Glenn Murcutt in Australia, Shinichi Ogawa e Sejima-Nishizawa in Giappone. Il desiderio di far penetrare nelle stanze la luce del sole, il chiarore di luna e stelle non solo da un paio di finestre ma direttamente dalle pareti, è tale che per realizzare la propria idea ci si espone in prima persona realizzando la casa di famiglia come Jan Benthem ad Almere, ci si accontenta di trasformare un edificio esistente come Jo Crepain a Brasschaat, o ci si concentra sull’addizione di una casa con patio come Rick Mather a Londra. In tutti questi interventi la trasparenza può essere letterale, esasperando “la battaglia degli spigoli” come Rafel Iglesia, o fenomenica, secondo la celebre definizione di Rowe. Di certo il rapporto con il paesaggio di queste abitazioni rimane imprescindibile: possono servire ad incorniciarlo come Shigeru Ban nella sua Picture window House, a volte a sormontarlo, altre ancora l’inserimento avviene per immersione utilizzando l’immagine arcaica della caverna nella visione avveniristica dei Future Systems. La definitiva vittoria del desiderio di apertura su quello di protezione, la sensazione di essere protetti e tuttavia senza ostacoli ha qualcosa di liberatorio. Aria nell’aria, luce nella luce avrebbe detto Wright. Sono queste architetture trasparenti, polite, sincere, in antitesi a quelle che hanno sempre fatto dello spessore murario il medium tra interno ed esterno, e dove il vetro — materiale non solo incorruttibile, inscalfibile, inalterabile nel tempo, ossimoro per antonomasia dalla “fragile durezza” — continua ad esistere senza imporre visivamente la sua materialità. La diversa capacità nel percepire l’esterno si mescola alla possibilità di trasmettere all’esterno il contenuto dell’edificio: quello che negli anni cinquanta era un rapporto chiaro, diretto, senza veli, permette oggi, con un rinnovato apporto tecnologico, non solo l’effetto trasparenza, la mera smaterializzazione dell’involucro esterno, ma anche densità materiche diverse: ai vetri traslucidi si accompagnano satinature, sabbiature, ologrammi, pellicole. Le case diafane ma non trasparenti mutano aspetto secondo le condizioni di luce, riflettono i raggi solari con un effetto specchiante o appaiono piatte, opache, mute.
Antonello Boschi, nato a Massa Marittima nel 1964 e dottore di ricerca in Progettazione Architettonica ed urbana, si laurea a Firenze nel 1989 dove nello stesso anno ha iniziato la sua attività didattica presso la cattedra di Arredamento e Architettura degli interni diretta da Adolfo Natalini. Suoi saggi e realizzazioni sono apparsi su libri e riviste internazionali fra le quali “Abitare”, “AIT”, “Architécti”, “Bauwelt”, “Casabella”, “Diseño Interior”, “Interni”, “The Architectural Review”. Oltre ad operare nel campo del design, partecipa a concorsi nazionali ed internazionali riportando menzioni e riconoscimenti come il Marble Award Italy del 2000. Tra le pubblicazioni ricordiamo Architetti Pensieri & mattoni (1995), Costruire nel costruito (1996) e Conversazioni di un laboratorio di architettura (1998). Attualmente è professore a contratto di Progettazione presso la Facoltà di architettura di Firenze e dal 2004 redattore della rivista “Area”.
Testi di Antonello Boschi Formato 12,5 x 18,5 Pagine 384 Fotografie 240 Brossura
Airports & Stars
Il tempo del viaggio in aereo, negli anni della “Dolce Vita”, è un tempo eccezionale. Un’esperienza destinata a pochi, quella del viaggio “di piacere”. Alla fine della seconda guerra mondiale le immagini più comuni dei viaggiatori che si presentano agli occhi degli italiani sono quelle degli emigranti, non certo quelle festose e piene di charme dei divi hollywoodiani, dei re e delle regine, così come delle nostre celebrità da esportazione.
Grazie anche al richiamo di Cinecittà, la città di Roma, e così Fiumicino, diventa un set in cui si compiono rituali di sorrisi, mani calzate da guanti che si levano in saluto, mazzi di fiori e alte uniformi, in un cerimoniale di accoglienza che si adegua alla novità del luogo e del mezzo di trasporto, inventando un codice che si è tramandato fino all’attualità. La scaletta dell’aereo, così come la pista di atterraggio o la terrazza panoramica si improvvisano palcoscenici per personaggi come Elizabeth Taylor, Peter Sellers, Claudia Cardinale, Audrey Hepburn, Roberto Rossellini e Tony Curtis.
La fotografia dei paparazzi ancora una volta ruba questi dettagli offrendoli alla “gente comune”, codificando un rituale, quello dell’arrivo da un viaggio, caricandolo di un’aura magica. Non solo le stelle del cinema transitano per Roma, ma anche i reali di Svezia, così come Grace Kelly e Ranieri di Monaco, John e Jacqueline Kennedy, Papa Paolo VI, tutti variamente immortalati nella discesa di un gradino o nel solcare un tappeto steso per l’occasione.