Il volume parla dei principali giardini storici situati nell'area territoriale che un tempo competeva alla Contea di Gorizia, oggi corrispondente all'intera provincia di Gorizia, a una parte della provincia di Udine e a un'area in territorio sloveno. Lo scenario è una terra di confine, da sempre caratterizzata, nello svolgimento delle vicende storiche, così come nelle manifestazioni artistiche e culturali, dall'essere collocata a cavallo tra i mondi latino, tedesco e slavo. Il giardino storico viene letto come presenza in sé, espressione di un modo di pensare e di concepire il rapporto con il mondo e con la natura; ma soprattutto è analizzato come opera che stabilisce una precisa relazione con il contesto territoriale e geografico in cui si colloca e, in quanto tale, chiave di lettura ottimale per comprendere la forma attuale del paesaggio, inteso quale luogo plasmato nei secoli dai segni impressi dall'azione dell'uomo e della natura. Gli esempi conservati, o le loro memorie, raccontano di una cultura avviata alla fine del XVII secolo da parte di una committenza che aveva forse poca dimestichezza con i modelli dell'arte rinascimentale italiana, ma era avvezza alla frequentazione dei migliori ambienti delle corti europee. Tale cultura ha avuto il momento della sua massima affermazione nel periodo compreso tra la metà del XIX secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale, quando l'asburgica Gorizia e i suoi dintorni, luoghi dal clima mite se paragonato ai paesi oltre le Alpi, costituivano per la buona società mitteleuropea la più facile meta del Drang nach Sud e il primo passo verso il mondo classico. In tale periodo, al giardino veniva affidato il ruolo di rappresentare, con la varietà delle sue piante esotiche e la molteplicità delle sue forme, il luogo d'incontro ideale di più popoli, lingue e culture, specchio della composita società di queste terre. Le due guerre mondiali, lo spostamento dei confini e le altre vicende del XX secolo hanno inciso pesantemente, così come su tutte le opere culturali e artistiche locali, anche sui numerosi giardini. Il patrimonio che si è conservato, fatto di pochi esempi ancora integri e molti altri segni isolati (alberi, recinti, statue, singoli manufatti) ricorda situazioni passate ma anche relazioni spaziali, visuali e planimetriche ben consolidate nel territorio, che costituiscono oggetto privilegiato di indagine per capire e progettare la realtà che ci circonda.
Paola Tomasella si è laureata all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia nel 1989 con una tesi di laurea sui problemi di conservazione dei giardini storici. I suoi interessi si sono concentrati sul rapporto tra beni culturali e territorio, argomento affrontato in numerosi lavori di schedatura (per il Centro Regionale di Catalogazione e Restauro di Villa Manin di Passariano, per la Soprintendenza ai Beni AAAAS del Friuli-Venezia Giulia e per altri istituti locali) e in alcuni studi svolti in relazione a opere di progettazione urbanistica. Al tema dell'architettura del giardino nella storia e nella trattatistica ha dedicato lavori di ricerca per l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, mentre ha approfondito le problematiche relative alla tutela e alla conservazione dei giardini storici nel coordinamento di convegni (il recente Giardini storici nel Friuli Venezia Giulia – conservazione e restauro, per il Consiglio Regionale di Italia Nostra) e nella cura di seminari e conferenze. Tra le pubblicazioni, Giardini di Villa (Udine, 1990), prima opera relativa a questo tipo di beni nella regione Friuli-Venezia Giulia, scritta in collaborazione, e molti altri saggi sul tema del giardino e dell'architettura storica, con particolare riferimento all'area giuliana.
Attorno alla metà degli anni '90, dopo - e contro - la rigorosa, asettica parentesi minimalista, la moda italiana ha riscoperto il décor, il gusto per l'abbellimento e per il prezioso. Tanto i grandi maestri della moda, quanto i giovani designer sono tornati a servirsi, sempre più spesso, del ricamo come motivo fondamentale di ispirazione. Il nuovo ricamo attraversa così tutte le linee di tendenza di questi ultimi dieci anni di moda, dall'etno folk al concettuale, dall'eclettismo al decostruttivismo, dal romanticismo al dark. Embroidery vuole illustrare, attraverso un ricchissimo apparato fotografico e i contributi dei più significativi artisti della moda italiana - proprio ciò che sta all'origine, storica e creativa, del nuovo ricamo, ovvero la tradizione e la grande artigianalità che sono all'origine dei ricami delle loro collezioni. Il ricamo è la porta su una dimensione meravigliosa, opulenta, dove la luce gioca con la ricchezza dei fili. La moderna violenza del gesto tramuta la sostanza della materia, come gli swarovski bruciati che sono un segno di Riccardo Tisci. Il virtuosismo antico del lavoro a tombolo si carica di emozioni ‘come se uscisse direttamente’ dice Antonio Berardi ‘dal diario della mia vita e della mia memoria’. Prezioso e sofisticato, il ricamo è un’arte senza tempo che i tempi rendono sempre più rara: per la dedizione che richiede, assoluta, mentale prima ancora che fisica, concentrata sul minuscolo e sul perfetto, e per l’infinita pazienza che esige, virtù così poco contemporanea, così eccentrica in una società che vuole tutto e subito (Giusy Ferrè).